16 AGOSTO
XII DOMENICA DOPO PENTECOSTE
Fratelli e sorelle carissimi, una fede che ascolta, si converte e porta frutto. Le tre letture di oggi ci mettono davanti a una domanda semplice ma importante: che cosa facciamo quando Dio ci parla? Nella prima lettura vediamo il popolo di Israele che si allontana da Dio. Ha ricevuto richiami, parole e avvertimenti, ma non ha ascoltato. Alla fine Gerusalemme viene distrutta e il popolo vive l'esilio. Non è un Dio che vuole punire il suo popolo: è il dramma di un popolo che non vuole più ascoltare. Anche nella nostra vita possiamo abituarci alla Parola di Dio. Possiamo ascoltare tante omelie, partecipare alla Messa, pregare, ma senza lasciarci cambiare. La domanda non è soltanto: “Abbiamo ascoltato?”; ma: “Che cosa è cambiato in noi dopo aver ascoltato?”
San Paolo, nella seconda lettura, ci porta ancora più vicino alla nostra vita. Non basta conoscere la legge di Dio; bisogna viverla. Non basta portare un segno religioso; bisogna avere un cuore che appartiene a Dio. Paolo ci ricorda che Dio guarda alla verità della persona, non soltanto alle apparenze. Possiamo essere molto religiosi all'esterno e, nello stesso tempo, avere un cuore lontano dal Signore. Possiamo conoscere le preghiere, frequentare la chiesa, parlare di Dio, ma essere incapaci di perdonare, di aiutare, di ascoltare o di amare. La fede non si misura soltanto da ciò che diciamo, ma da ciò che diventiamo. Una domanda concreta possiamo portarci a casa: le persone che vivono accanto a noi vedono nel nostro comportamento qualcosa del Vangelo?
Nel Vangelo Gesù usa un'immagine molto forte: bambini che suonano il flauto e si lamentano perché gli altri non ballano; poi cantano un lamento e si lamentano perché gli altri non piangono. È l'immagine di persone che non sono mai contente. Giovanni Battista arriva con una vita austera e viene rifiutato. Arriva Gesù, vicino alla gente, ai peccatori e alle persone ferite, e viene rifiutato anche lui. Il problema non era Giovanni. Il problema non era Gesù. Il problema era un cuore che non voleva lasciarsi mettere in discussione. Anche noi possiamo correre questo rischio: vogliamo un Dio secondo i nostri desideri. Quando Dio non fa quello che chiediamo, ci allontaniamo; quando il Vangelo ci chiede qualcosa di difficile, troviamo una scusa. Il testo che abbiamo meditato sottolinea proprio questo pericolo: possiamo essere così concentrati sulle nostre aspettative da non riconoscere più l'opera di Gesù davanti ai nostri occhi.
Poi Gesù pronuncia parole dure contro Corazin, Betsaida e Cafarnao. Perché? Perché hanno visto molto, ma non si sono convertite. Hanno ascoltato, hanno visto i miracoli, hanno avuto Gesù in mezzo a loro, ma tutto questo non ha prodotto un cambiamento nel cuore. Anche noi abbiamo ricevuto tanto: la fede, la Parola di Dio, l'Eucaristia, persone che ci hanno voluto bene, occasioni per ricominciare. Il pericolo è diventare cristiani abituati alle cose sante. Possiamo ascoltare il Vangelo ogni domenica e continuare a vivere come prima. Per questo Gesù ci invita alla conversione. Non una conversione fatta una volta per tutte, ma un piccolo ritorno a Dio ogni giorno. Oggi possiamo chiedere: Signore, che cosa vuoi cambiare in me? Quale atteggiamento devo lasciare? Chi devo perdonare? A chi devo chiedere perdono? Chi ha bisogno concretamente del mio aiuto? La vera conversione comincia quando ciò che ascoltiamo diventa una scelta concreta nella nostra vita.
Infine, queste letture ci lasciano una speranza: non dobbiamo essere perfetti, dobbiamo essere disponibili a lasciarci cambiare da Gesù. Non siamo chiamati a una fede fatta soltanto di parole, abitudini o apparenze. Siamo chiamati a una fede viva, capace di riconoscere il Signore, di pentirsi, di ricominciare e di portare frutto. Alla fine, la domanda più importante non sarà: “Quanto abbiamo ascoltato?”, ma: “Quanto abbiamo lasciato che Gesù cambiasse il nostro cuore?” E la risposta si vedrà nella nostra vita. Amen
don Titus







