ALUNNI STRANIERI, DON LANDI:
«AFFRONTARE I PROBLEMI SENZA FARNE BANDIERE»
Fa discutere la misura annunciata dalla premier Giorgia Meloni che prevede un tetto del 30% per classe agli alunni che non conoscono adeguatamente l’italiano. L’obiettivo dichiarato dal Governo è favorire l’apprendimento della lingua e contrastare la formazione di classi-ghetto. Ne parliamo con don Fabio Landi, insegnante al Liceo Parini di Milano e responsabile della Pastorale scolastica della Diocesi di Milano.

Il tetto del 30%, secondo lei, può essere davvero uno strumento per favorire l’integrazione linguistica e contrastare le classi ghetto?
È innegabile che gestire classi in cui un numero molto elevato di alunni non padroneggiano la lingua italiana sia molto difficile. Bisognerebbe però precisare che non è detto che le lacune linguistiche coincidano immediatamente con la categoria anagrafica degli alunni stranieri. Credo che la padronanza della lingua italiana dipenda da molti fattori, soprattutto da una complessiva povertà culturale, che riguarda purtroppo anche alcuni studenti italiani. Viceversa, non tutti gli studenti stranieri hanno di questi problemi: molti sono cresciuti in Italia e parlano correntemente la nostra lingua. Fatta questa doverosa premessa, rimane da capire se la norma sia o meno attuabile. Vedo il problema pratico della gestione di bambini o di ragazzini nei quartieri con una forte presenza di persone che provengono da altri Paesi. Non è che li si possa spostare d’ufficio da una parte all’altra. Credo ci sia un problema di risorse complessive: come può la scuola accompagnare chi arriva con un livello linguistico molto scarso, per riuscire a garantire effettivamente le stesse opportunità a tutti?
Secondo la sua esperienza, nella scuola ci sono esperienze virtuose in cui la presenza di alunni che hanno effettivamente problemi linguistici è stata affrontata con strumenti adeguati?
Penso che la scuola italiana riesca a funzionare molto meglio di quanto noi non pensiamo. Anche sul tema dell’integrazione la mia sensazione è che mediamente le scuole siano più avanti rispetto al resto della società nell’accoglienza, ma a costo di sforzi veramente titanici. Gli insegnanti fanno veri e propri “salti mortali” nelle situazioni nelle quali si trovano e, obiettivamente, in moltissime scuole che hanno una presenza di stranieri molto consistente, addirittura maggioritaria, poi si riesce a far fronte al problema grazie all’attivazione di tutti. Però la domanda è: dobbiamo andare avanti in una situazione emergenziale, contando sulla buona volontà dei singoli, o possiamo trovare soluzioni più strutturate?
La Diocesi e l’Arcivescovo stesso invocano spesso più accoglienza e integrazione nella società. Di contro, questa norma è stata da alcuni definita addirittura anticostituzionale. Qual è, secondo lei, il punto di equilibrio tra la necessità di garantire a tutti i ragazzi un apprendimento di qualità e una vera integrazione?
Credo che innanzitutto si tratti di pensare alla scuola non come a qualcosa di isolato, a cui demandare la risoluzione di tutti i problemi, ma dentro un contesto sociale più ampio, all’interno di una comunità e di un territorio. Non solo non dobbiamo creare scuole-ghetto, ma non dobbiamo creare ghetti in assoluto. Questo non significa che il problema non vada affrontato. Ricordiamo, però, che stiamo parlando di competenze specifiche legate alla lingua, non di legare il diritto all’istruzione a una provenienza segnata sul passaporto. Fare anzitutto chiarezza su questo può aiutare ad affrontare i problemi che ci sono – che sono seri – senza farne delle bandiere.
fonte chiesadimilano.it







